Vincolo Sportivo: l’indignazione sacrosanta di Luca Vettori

Indignazione.
Quando la libertà viene negata ad un lavoratore ci si indigna. Quando la libertà viene negata a tutti i lavoratori del settore si insorge, nel modo di cui si dispone, ora.
Unire la voce.
Il vincolo sportivo toglie la possibilità ad un giocatore di pallavolo di scegliere cosa fare del proprio futuro lavorativo. In nome di una proprietà fittizia (come le macchine, le case o i cavalli), le Società del Consorzio Lega Volley, che proprio ieri si dichiara, con il neo-eletto Presidente, dalla parte degli atleti, posseggono i propri giocattoli..oops giocatori, stabilendo unilateralmente le loro condizioni contrattuali.
Provo a buttare giù qualche riflessione. E se nel mio scritto ci fossero lacune è perché nessuno lo spiega univocamente questo sistema, né quando ci si avvicina alla pallavolo a 14 anni (minorenni!), né quando ci si affaccia all’interno della prima società d’appartenenza, né quando si diventa giocatori affermati. Un oscurantismo, pare, cerca di coprire segretamente il funzionamento di questa macchina medioevale, che arrichisce pochi – anno dopo anno – e indebolisce moltissimi.
Il quadro all’incirca è questo. Se si arriva dal vivaio delle giovanili, automaticamente si ha un contratto a tempo indeterminato, ovviamente un contratto di non-lavoratore, che a volte, segnatelo genitori in ascolto, può essere riassunto in un timbro con una piccola “I” nell’angolo destro di un foglio che in fretta si fa firmare in un pomeriggio d’autunno: “Mi hanno detto che per giocare quest’anno bisogna farvi firmare qui.” Un inganno subdolo, ma questa è un’altra storia.
In fondo, a pensarci bene, tesserato Fipav, bisognerà pure risarcire la Società del Consorzio Lega Volley che ti ha formato, nutrito, che ti ha portato al successo. O no? L’investimento gli dovrà pure essere redditizio, in qualche modo? Riconoscenza e abnegazione a chi ti coltiva, prima di tutto.
Una volta che si sboccia nel vivaio, per giocare/lavorare in Italia le opzioni sono tre: o rimani fedelmente nella scuderia che ti ha allevato, o vieni venduto ad un’altra scuderia, cosicché l’investimento diventi fruttuoso, o vieni dato in prestito, o meglio in affitto, ad un’altra scuderia.
C’è una quarta via, valutata – per colpa dell’oscurantismo – la maggior parte delle volte quando è già tardi: comprare (comprare!) la propria libertà. Slegarsi dal sistema per poter scegliere il proprio destino lavorativo. Sembrerebbe quasi un ricatto: per divenire atleta libero occorre in ogni caso un padrone da ricompensare. Ma a complicare il tutto, inoltre, ci si è messa la Fipav, che qualche decina di anni fa, ha fissato parametri irreversibili e non proporzionali.
Per cui, oltre ad essere nelle mani della Lega Volley che, seppur in commovente dialogo e apertura con noi, sceglie e ritiene per il Consorzio delle sue Società, che difende e da cui è difesa, siamo resi oggetti di proprietà dalle Società stesse.
Così, nel 2020, un direttore sportivo può tenere sotto scacco le libertà dei suoi giocatori (suoi nel senso letterale). Ma non solo, e viene da sorridere. Tiene sotto scacco la Fipav stessa, la quale, a un anno dall’Olimpiade rimandata, forse vedrebbe di buon occhio veder giocare alcuni dei propri tesserati. E sia chiaro, non parlo di me.
Forse è giunto il momento che a rappresentarci siano gli atleti stessi. Forse è giunto il momento che a rappresentare la voce dei pallavolisti siano anche le voci dei pallavolisti. Perché l’addizione delle nostre storie, siano esse belle, gloriose o ingiuste, formano ciò che siamo realmente.
Un movimento gigantesco governato da pochissimi, sempre uguali nel tempo, che ha la voce spezzata da dinamiche di potere scurrili e volgari, oltre che meschine.
Un movimento gigantesco che ha la possibilità di ripensarsi tentando di muoversi all’unisono. Rispondendo ai dubbi dei pallavolisti, lottando per le ingiustizie contro i pallavolisti, dialogando (e per davvero) per immaginare le prospettive della pallavolo.
Qualcosa si sta muovendo. E sembra arrivi dal basso, non dall’alto, come un terremoto.

Luca Vettori

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